L. Fiorentini, P. Massi, G. Tosi, M. D’Incau* Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna-Sezione di Forlì,*Reparto di Batteriologia Specializzata della Sede Centrale di Brescia Il titolo vuole unire due realtà apparentemente slegate, in effetti consequenziali. L’esperienza della BSE ha evidenziato la possibilità di legami dimenticati fra alimentazione animale e residui nelle carni, nelle uova o nel latte, cioè nella nostra dieta. In sostanza, zootecnia ed agricoltura, industrialmente intese al servizio di una produzione alimentare sempre più concentrata, possono avere massicce ripercussioni sulla salute dell’uomo. Motivo per cui l’Unione Europea ha promosso nel 2003 un piano di vigilanza e di controlli sanitari sull’alimentazione degli animali, recepito con provvedimenti nazionali dai vari stati membri. Il programma prevede un monitoraggio in varie direzioni: BSE, residui chimici (diossina, PCB, farmaci, metalli pesanti), contaminanti biologici (micotossine, OGM, salmonelle). Per queste ultime è indicata una ricerca nelle materie prime di origine vegetale destinate alla preparazione dei mangimi. Da sempre i mangimi sono stati visti come un serbatoio primario di salmonelle, in quanto ottenuti da scarti fortemente contaminati. Eppure a loro carico non sono mai emerse chiare prove di colpevolezza sull’insorgenza delle salmonellosi animali e, di conseguenza, delle tossinfezioni alimentari da salmonelle nell’uomo. Difatti, stando alle statistiche, mentre dai mangimi si isola una grande varietà di salmonelle dai nomi che qualcuno ha definito “esotici”, nei soggetti ammalati (sia uomo che animali) si trovano altri sierotipi e quasi sempre gli stessi (Pacini e Coll., 1994; Barrow, 2000; Zavanella, 2001). |