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Brescia
n° 47/2000 ISSN 1592-3479
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“On practice, practise, and praxis” e “Practice makes perfect” A proposito di due editoriali pubblicati su Lancet e su American Journal of Clinical Pathology” |
R.M. Dorizzi L’editoriale di Lancet ricorda come il medico debba possedere numerose e complesse abilità- pratica, teorica e sociale- per praticare la professione (practice: esercitare e/o perseguire una occupazione, una professione o un’arte secondo l’Oxford English Dictionary). Tali abilità non sono innate ma si sviluppano grazie all’esercizio continuo (Practise: esercizio…con lo scopo di raggiungere una grande abilità secondo l’Oxford English Dictionary) compiuto negli anni della formazione universitaria e post-universitaria. Tale competenza è mantenuta in parte grazie alla attività quotidiana, la prassi (praxis: l’azione) della professione. L’editorialista si chiede provocatoriamente: la pratica professionale trae maggiore beneficio dall’esercizio o dalla prassi? Un musicista professionista si esercita circa 30 ore alla settimana e quindi all’età di 20 anni ha accumulato oltre 10000 ore di esercizio, mentre un appassionato di talento si esercita 3-4 ore alla settimana in modo che alla stessa età non sarà andato oltre le 1500 ore di esercizio. Anche gli atleti migliori che praticano il tennis, il nuoto o l’atletica si allenano con la stessa intensità e le prestazioni sono spesso correlate alla quantità di allenamento compiuto. |
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