M.G. Marini
Istituto Studi Direzionali (ISTUD), Area Sanità, Milano
Il termine “salute” ricorre continuamente negli atti ufficiali degli stati, e comprende nella sua accezione più ampia “lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”,1 o più ricorrentemente la “tutela della salute fisica e psichica”. Tali accezioni, soprattutto la prima, sono certamente condivisibili e suscitano un “facile” consenso, ma devono essere considerate come dei modelli a tendere, sollecitazioni verso il raggiungimento di un valore fondamentale da proteggere. Esse infatti non possono essere ritenute come concreto obiettivo da raggiungere, per il semplice fatto che quello da loro proposto è un traguardo mai raggiungibile e che non si concilia con le stesse leggi naturali, ma piuttosto un principio regolatore sulla base del quale orientare l’azione. Proprio per questo è stato necessario ripensare al concetto più realistico di diritto inteso non più come completo stato di benessere psicofisico e sociale - assolutamente fuori luogo quando ci riferiamo a patologie oncologiche, alla geriatria, agli stati terminali dell’esistenza, ma come diritto individuale all’assistenza sanitaria. |