G. Antonuccia, S. Testab, E.F. Intrac, G. Martinid, S. Pedrinie, A. Alatrib, R. Baderf, F. Manzatog
aAzienda Ospedaliera S. Giovanni-Addolorata-Calvary, UOD Medicina Laboratorio I, Roma bCentro Emostasi e Trombosi, Istituto di Patologia Clinica AO “Istituti Ospitalieri” Cremona cLaboratorio Analisi Ospedale Evangelico Internazionale di Genova dII Laboratorio Spedali Civili Brescia eLaboratorio Analisi, Clinica Poliambulanza Brescia fCentro Emofilia e Trombosi Bianchi Bonomi, Policlinico di Milano gLaboratorio Analisi Ospedale di Mantova La trombofilia viene definita come una condizione ad alto rischio di sviluppare un evento trombotico venoso e/o arterioso, per lo più in giovane età (<50 anni), non facilmente riconducibile a fattori di rischio evidenti, con tendenza a recidivare. Tale rischio può perdurare tutta la vita per la presenza di mutazioni nei geni che codificano per proteine emostatiche e/o fibrinolitiche, ma può essere di durata limitata per fattori acquisiti o ambientali. Se il coinvolgimento di fattori genetici è stato riconosciuto fin dai primi studi sulla trombofilia ereditaria (risale infatti al 1965 la prima descrizione di deficit di antitrombina in una famiglia affetta da tromboembolismo venoso), è stato altresì dimostrato in numerosi studi clinici come condizioni acquisite (neoplasie, traumi, interventi chirurgici, immobilizzazione prolungata, terapia estroprogestinica, gravidanza e puerperio…) rappresentino fattori di rischio importanti. |